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Lippi: "Le bestemmie in campo non sono una dramma"

"Chi impreca lo fa più per istinto e per rabbia che per mancanza di fede o per offendere Dio. Non trasformerei in un dramma le bestemmie di un giocatore o di un tecnico, c'è di peggio", con queste parole il ct della Nazionale, Marcello Lippi, ha difeso i giocatori che in campo si lasciano andare a imprecazioni e simili. E lo ha fatto nel corso di un'intervista rilasciata al sito web papanews.it.

L'affermazione di Lippi però non è stata condivisa da monsignor Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura. Così, sempre attraverso il sito papanews.it, Ravasi ha replicato: "Se perfino il ct della Nazionale di calcio non condanna questo fenomeno, ci sarà poco da fare. Le sue parole sono gravi e rappresentano il decadimento e l'imbarbarimento non solo del calcio ma di tutta la società moderna. La bestemmia è sempre volgare e mai giustificabile, è un'offesa grave verso il Signore di cui non c'è più coscienza. Chi bestemmia davanti a milioni di telespettatori lancia questo segnale diseducativo verso una platea vastissima, rischiando di creare gravi conseguenze".

Nel mondo del calcio, però, non tutti la pensano come Lippi, forse è più benevolo nei confronti delle imprecazioni per le sue origini toscane. Come da lui stesso affermato, infatti, "in Toscana la bestemmia è quasi utilizzata come un intercalare". Nel 2004 il presidente del Coni Gianni Petrucci ha lanciato l'allarme e ha detto: "Non è possibile continuare ad assistere in silenzio alle bestemmie. Se nessuno prende posizione, lo faccio io. Se un giocatore manda a quel paese l'allenatore, tutti sono pronti ad interpretare il labiale ed indignarsi".

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