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Italia, addio ai Mondiali 2014: tutti i motivi della disfatta degli Azzurri e le dimissioni di Prandelli

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In queste ore il tiro al bersaglio verso un unico responsabile della debacle azzurra, identificato nel bomber Mario Balotelli, sembra diventato l’unico sport nazionale in grado di appassionare tifosi e giornalisti, con poche eccezioni.

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Le cause del disastro della Nazionale, però, sono tante e meritevoli di una seria riflessione, al di là degli scenari già aperti da ieri sera con le dimissioni presentate da Cesare Prandelli e Giancarlo Abete un’ora dopo la partita Italia-Uruguay e l’addio ai Mondiali del Brasile.

La giostra del calcio tricolore è in crisi, come dimostrano gli scarsi risultati delle squadre italiane nelle competizioni internazionali, Champions League in primis, dove società blasonate e vincenti in patria stentano ad avvicinarsi alle fasi finali rimediando sconfitte pesanti contro avversarie non proprio irresistibili. Questione di mentalità, di investimenti sbagliati o si tratta più semplicemente di una profonda caduta di livello, sia dal punto di vista tecnico che sul piano del gioco proposto nel nostro campionato?

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Le responsabilità della guida tecnica dell’Italia sono da un lato abbastanza chiare e neanche il diretto interessato, uscito di scena in punta di piedi ammettendo il fallimento del progetto” senza giri di parole, si è voluto sottrarre alle critiche di fronte all’evidenza dei fatti, ragion per cui per le cattive prestazioni di Pirlo, Chiellini e compagni una prima spiegazione ufficiale è stata fornita.

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La vera nota dolente, agli occhi di molti osservatori, è rappresentata dallo scarso impegno e dalla inadeguata condizione fisica mostrata dai giocatori, giovani e più maturi con poche differenze, della Nazionale italiana durante il torneo di Brasile 2014. Inutile ricercare un reparto o un singolo che abbia giocato meglio degli altri nelle 3 partite del Mondiale, anche se resta fuori discussione il deludente rendimento degli elementi di punta della rosa azzurra, tra tutti Balotelli, Marchisio, Barzagli e De Rossi, punti fermi dello schieramento di Prandelli rilevatisi poco in forma o peggio ancora poco motivati nel corso della sfortunata avventura in terra brasiliana.

Difficili da digerire, in ogni caso, alcune decisioni arbitrali del direttore di gara Rodriguez che certamente non hanno aiutato l’Italia nei momenti decisivi, come nell’episodio dell’espulsione di Marchisio per fallo di nervosismo a tre quarti di campo e in occasione dell’ormai “virale” morso rifilato da Luis Suarez in area di rigore all'incolpevole Giorgio Chiellini.

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Volendo trovare qualche lato positivo da valorizzare in chiave futura, molto incoraggianti sono apparse le prove di nuove leve come Darmian e in parte Verratti, con buone prospettive di crescita in maglia azzurra anche per i vari Immobile, Insigne ed altri ancora che hanno lottato per un posto da titolari fino in fondo aspettando con pazienza il loro momento.

La Nazionale del dopo-Prandelli dovrà ripartire proprio da loro, magari abbassando sensibilmente da subito l’età media del gruppo per ridare un’identità precisa ad un’Italia tenuta a non deludere più i propri sostenitori.

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