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E’ morto Adriano Lombardi

E’ morto oggi Adriano Lombardi, giocatore simbolo dell'Avellino degli anni '70, squadra con la quale conquistò anche la promozione in serie A nel 1979. Lombardi, 62 anni, nato a Ponsacco, in provincia di Pisa, si è spento questa mattina alle 7 nella sua abitazione di Mercogliano, vicino Avellino. In carriera aveva indossato anche le casacche di Como, Perugia, Piacenza ed Empoli. Lascia la moglie Luciana e due figlie.

A portarlo via la Sclerosi laterale amiotrofica, il morbo di Lou Gehrig. Lo stesso male risultato fatale ad altri ex calciatori: Gianluca Signorini, Armando Segato (il primo caso in Italia), Giorgio Rognoni, Ernst Ocwirk, Guido Vincenzi, Lauro Minghelli, Ubaldo Nanni, Albano Canazza e Fabrizio Dipietropaolo, giocatore della Primavera della Roma degli anni '80.

Negli ultimi anni di vita, Lombardi ha dato una descrizione impietosa della malattia: “Ho giocato con Tardelli e Vierchowod, ma adesso non ce la faccio nemmeno a grattarmi la testa. Lo devo chiedere alle mie bambine. Ho fatto i corsi di allenatore con Lippi e Scoglio, ma ora non riesco più a girarmi nel letto. Lo devo chiedere a mia moglie. Ho giocato 500 partite di campionato, quasi tutte con la fascia da capitano, ora non posso giocare più a niente, nemmeno a vivere”

Ed ecco un brano tratto da “Palla avvelenata”, libro " di Massimiliano Castellani e Fabrizio Calzia, nei quali Adriano Lombardi spiegava la sua situazione. Era il 2004.

“Questa malattia, però, non ti lascia scampo. Ora come ora puoi solo rallentarla, nella speranza che prima o poi salti fuori il rimedio. Sono in cura in un centro sperimentale di Milano, dal professor Silani. C'è solo il Rilutec, specifico per la SLA, a base di riluzolo, che ritarda gli effetti degenerativi, più qualche altro coadiuvante. L'unica speranza è l 'autotrapianto di cellule staminali, già sperimentato dalla dottoressa Letizia Mazzini a Torino. L 'anno scorso ne hanno fatti cinque, gli interventi sono stato ben tollerati; è già qualcosa. Ora intendono farne altri trenta. Ma i tempi della ricerca e delle eventuali applicazioni sono ancora lunghi. Speriamo non lo siano troppo; io sto ancora relativamente bene, ma non so fino a quando. D'altra parte, prima che capissero che tipo di malattia avessi, c'è voluto più di un anno, adesso posso dire che è stato tempo perso. Ma chi ne fa perdere di più è lo Stato assente, che non dà la possibilità ai nostri scienziati di studiare gli embrioni e quello che è più grave non li aiuta a reperire i fondi per la ricerca. La nostra è una malattia troppo rara, dicono. Ma siamo 6 mila malati di SLA in Italia e di malattie rare ce ne saranno almeno cento: allora noi siamo semplicemente 100 mila condannati a morte. Spero che a forza di ribadire il concetto qualcosa si muova…Lo so, sono ripetitivo, ma fino a quando avrò forza di comunicare non mi stancherò di combattere e di puntare il dito contro chi non fa abbastanza per noi malati...”

“Ci facevano delle iniezioni di corteccia surrenale dopo la partita, oppure il lunedì o il martedì, per favorire il recupero. Qualche volta ce la somministravano anche via flebo, ma non c 'era nulla di strano o di nuovo. Tutte le squadre, all'epoca, facevano queste cose... Posso solo dire che all'epoca il 'Cortex' era molto comune, un ricostituente che davano anche ai bambini”.

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